Appena finite queste fantastiche Olimpiadi che ci hanno visti protagonisti di primo piano, con trenta medaglie vinte, con un Paese intero incollato agli schermi, con lacrime di gioia che hanno attraversato generazioni diverse, è proprio adesso, nel punto più alto dell’entusiasmo, che dobbiamo fermarci a riflettere. Perché l’emozione è un dono, ma la politica è responsabilità.
Abbiamo celebrato imprese straordinarie, atleti che hanno riscritto la nostra storia sportiva, simboli di sacrificio, disciplina, talento. Abbiamo visto il tricolore salire, abbiamo ascoltato l’inno con il cuore gonfio. Ma una classe dirigente degna di questo nome non può limitarsi alla celebrazione. Deve interrogarsi sulle radici di quel successo e, soprattutto, sulle sue fragilità.
Da dove nasce davvero una medaglia?
Quanti talenti non arrivano mai su quel podio perché non hanno avuto una palestra dove allenarsi, un campo dove crescere, un’associazione che li sostenesse?
Nel Sud Italia si consuma una delle contraddizioni più dolorose del nostro tempo: la più alta percentuale d’Europa di carenza di strutture sportive. E quelle che esistono troppo spesso sono fatiscenti, inadeguate, lasciate al degrado. Qui lo sport di base vive grazie all’eroismo silenzioso di dirigenti, allenatori, famiglie che resistono con mezzi insufficienti, mentre il disagio giovanile avanza.
Eppure proprio nel Mezzogiorno lo sport potrebbe essere la più potente infrastruttura sociale.
Non solo competizione, ma presidio educativo.
Non solo agonismo, ma argine alla marginalità.
Non solo talento, ma cittadinanza attiva.
Oggi lo sport è cambiato: esistono tornei nazionali e internazionali che rappresentano il vero confronto, il banco di prova reale. Le associazioni sportive dilettantistiche devono misurarsi con standard sempre più alti, ma non possono sostenere costi proibitivi in un sistema fiscale che non le protegge abbastanza.
Se vogliamo essere coerenti con l’entusiasmo di queste trenta medaglie, dobbiamo avere il coraggio di tradurlo in riforma strutturale.
Vi è bisogno di un intervento chiaro: aumentare significativamente gli sgravi fiscali per le aziende che sponsorizzano lo sport di base, rendendo conveniente e stabile l’investimento nelle ASD e nelle associazioni dilettantistiche. Creare un sistema fiscale moderno che incentivi le sponsorizzazioni, che trasformi il sostegno allo sport in una scelta economicamente sensata oltre che socialmente responsabile.
Non è un privilegio. È una strategia nazionale.
Ogni euro investito nello sport di base è prevenzione contro il disagio, è educazione alla legalità, è costruzione di comunità. È sicurezza sociale. È politica nel senso più alto e nobile del termine.
E poi c’è la questione delle scuole.
Le palestre scolastiche non possono essere ostaggio di visioni burocratiche o personalistiche. Le scuole sono beni pubblici, appartengono alla comunità, non ai notabili di turno. Devono diventare centri civici aperti, regolati con trasparenza, ma animati da una cultura dell’accesso, non della chiusura.
La classe dirigente italiana deve decidere se vuole continuare a emozionarsi ogni quattro anni o investire ogni giorno.
Vuole celebrare l’eccezione o costruire la regola?
Il Sud non chiede assistenzialismo. Chiede infrastrutture, leggi lungimiranti, leve fiscali intelligenti, collaborazione tra pubblico e privato. Chiede di non essere condannato alla narrazione del talento che “ce l’ha fatta nonostante tutto”. Perché una Nazione giusta non costringe i suoi figli a vincere contro il sistema: li accompagna dentro un sistema equo.
Le Olimpiadi ci hanno dato orgoglio.
Le trenta medaglie ci hanno dato entusiasmo.
Adesso trasformiamo quell’entusiasmo in visione.
Perché la vera vittoria non è salire su un podio. È costruire le condizioni affinché migliaia di giovani possano provarci.









